Carola Rackete libera, ha lasciato Agrigento nella notte. Le prime parole: «Una vittoria della solidarietà»

Carola Rackete è libera. Ha lasciato nella notte l’abitazione di Agrigento dove è stata ospitata per due notti in attesa della decisione del gip arrivata nella tarda serata di ieri. Come apprende l’Adnkronos la comandante Sea Watch 3 accompagnata dal suo legale ha lasciato la casa di via Dante 163 in piena notte per evitare la ressa di telecamere. Pare che la donna abbia lasciato il territorio Agrigentino in attesa dell’interrogatorio del 9 luglio per l’inchiesta che la vede indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

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Carola Rackete si è detta «molto commossa per la solidarietà espressa nei miei confronti da così tanta gente». Così, la comandante della nave Sea watch ha accolto la decisione del gip di Agrigento che l’ha scarcerata dopo tre giorni di domiciliari. «Sono sollevata dalla decisione del giudice, che considero una grande vittoria della solidarietà con tutte le persone, dai rifugiati ai migranti, ai richiedenti asilo, e contro la criminalizzazione degli aiutanti in molti paesi in Europa», ha aggiunto.

«Voglio sottolineare – ha proseguito la capitana – che tutto l’equipaggio della Sea Watch 3 ha reso questo possibile e nonostante che l’attenzione si sia concentrata su di me, è come una squadra che abbiamo tratto in salvo le persone, ci siamo presi cura di loro e le abbiamo portate in salvo». Infine Carola Rackete ha rivolto «un grande ringraziamento alla squadra degli avvocati che ha fatto un lavoro fantastico per assistermi».

Sea Watch 3, Carola Rackete: «Dovevo entrare, temevo che i migranti si suicidassero». Le scuse alla Finanza

«Erano iniziati atti di autolesionismo tra i migranti. Temevo si arrivasse ai suicidi», «non è stato un atto di violenza. Solo di disobbedienza. Ma ho sbagliato la manovra». Lo dice, in un colloquio con il Corriere della Sera attraverso i suoi legali, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete.

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È ai domiciliari e non può rilasciare dichiarazioni, ma tramite gli avvocati ricostruisce i motivi che l’hanno indotta a forzare il blocco e la dinamica dell’urto alla motovedetta della Guardia di Finanza. «La situazione era disperata – fa sapere la trentunenne tedesca -. E il mio obiettivo era solo quello di portare a terra persone stremate e ridotte alla disperazione. Avevo paura», «da giorni facevamo i turni, anche di notte, per paura che qualcuno si potesse gettare in mare. E per loro, che non sanno nuotare, significa: suicidio. Temevo il peggio», ma «mai, mai, mai nessuno deve pensare che io abbia voluto speronare la motovedetta della Finanza», «ho compiuto un errore di valutazione nell’avvicinamento alla banchina».

«Non potevo continuare a rischiare che andassero avanti gli atti autolesionistici. Però ho tentato di avvertire», spiega, «ho chiamato più volte il porto, ma nessuno parlava inglese. Però ho comunicato che noi stavamo arrivando».